martedì 31 agosto 2021

Colori all’ombra del Vesuvio. Corso di Acquerello en plein air 15/17 ottobre 2021

 




Colori all’ombra del Vesuvio
Corso di acquerello en plein air
Napoli 15/17 ottobre 2021


La pittura di paesaggio è nata per Napoli e dintorni e non poteva essere diversamente, basta guardarsi attorno per capirlo:  nessun altro angolo di mondo unisce infatti tanti ingredienti che sublimano questo genere di pittura. Terra e mare, isole e laghi, castelli, rovine antiche, grotte, palazzi, giardini e parchi formano una tavolozza unica sullo sfondo del Vesuvio.

Lavoreremo sui colori peculiari della citta partenopea dedicando a loro le tre giornate di pittura “en plein air”.


Programma Napoli

Venerdì 15 ottobre, Giornata Rosso pompeiano e Verde boscoesercizi al Real Bosco di Capodimonte, lavorando sui verdi del bosco e il rosso della Reggia di Capodimonte. Ritrovo ore 9,30 all’ingresso Porta Piccola. Autobus: dalla fermata della metro “Piazza Museo” prendere il Bus 168 o 178 o 3M, scendere a Porta Piccola Capodimonte.

Sabato 16 ottobre, Giornata Giallo di Napoli e Blu Oltremare, esercizi sul lungomare da Santa Lucia a Mappatella tra l’azzurro-golfo e le tonalità Ocra e Giallo di Napoli di Castel dell’Ovo. Ritrovo ore 9,30 in Via Nazario Sauro davanti alla statua Re Umberto I. La statua si trova a 5 minuti a piedi da Piazza Plebiscito.

Domenica 17 ottobre, gran finale mille colori al Parco Virgiliano, lo sguardo sul Golfo e le isole dalla punta di Posillipo aspettando il tramonto. Ritrovo ore 9,30 ingresso del Parco Virgiliano. Autobus: dalla fermata Mergellina Sannazzaro linea 640 o C21 o 140





Iscrizioni e informazioni


Il corso si svolgerà a Napoli dal 15 al 17 ottobre 2021 con orario 9,30-18,00
Costo d’iscrizione al corso euro 200.
Numero minimo di partecipanti 8 massimo 14.
L’iscrizione al corso dovrà pervenire tramite mail al seguente indirizzo lorenzodotti58@gmail.com non oltre la data del 20 settembre 2021.

Per iscrizioni e informazioni: Lorenzo Dotti 3334648829
Trattandosi di un corso “en plein air” consiglio i partecipanti di dotarsi di un piccolo zainetto nel quale riporre i materiali da lavoro e un piccolo sgabello pieghevole per disegnare comodamente seduti, laddove non si trovi una panchina o un muretto.
Le lezioni si terranno all'aperto nel rispetto delle norme COVID 19 vigenti.

Tecniche trattate.
Acquerelli, disegno al tratto a matita e drawing pen waterproof.




venerdì 21 maggio 2021

Non solo orchidee. Flora delle praterie aride

 


Non solo Orchidee, flora delle praterie aride

La prima volta che ho visto un’orchidea spontanea è stato per caso, allora (40 e fischia anni fa) con mia moglie non consideravamo molto il mondo vegetale e la nostra passione naturalistica era dedicata soprattutto al mondo alato. Poi un giorno in Val di Susa i nostri occhi sono stati catturati da un Ophrys, fu amore a prima vista e da allora le ragazze dalle forme e colori bizzarri continuano a saziare la nostra passione. Ma l’amore per le scienze naturali nel suo insieme ha continuato ad accompagnarci durante le escursioni facilitando il lavoro di ricercatore, associando quindi un’orchidea ad un ambiente e osservando anche le altre forme di vita presenti in quell’habitat. In questo modo tutto risulta più facile e così quando canta la Tottavilla sai che li attorno le Orchidee non possono mancare.

Gli abitanti quindi dei diversi habitat in cui si possono osservare le orchidee spontanee in Piemonte, siano essi vegetali o animali, saranno i protagonisti di queste pillole naturalistiche.




Flora delle praterie aride.

L’ambiente prediletto dalla maggior parte delle orchidee presenti in Piemonte è la PRATERIA ARIDA, ambiente di origine antropica derivato da preesistenti boschi di roverella e pino silvestre, disboscati probabilmente sin dal Medioevo (Mondino, 2007- Flora e vegetazione del Piemonte. I.P.L.A.-Regione Piemonte -L’Artistica Editrice) per ricavare prati falciabili in primavera oppure per il pascolo. In Piemonte le praterie aride sono presenti sui versanti assolati delle vallate alpine dalla Valle di Susa a nord fino alla Valle Tanaro a sud, e nel settore appenninico dalle Langhe Cuneesi fino alle Valli del Tortonese. Le praterie aride si sviluppano su suoli poveri su substrato calcareo e la loro conservazione è garantita dallo sfalcio e dal pascolamento, in assenza del quali la vegetazione evolve rapidamente verso formazioni arbustive e successivamente arboree.


Flora caratteristica delle praterie aride, acquerello di Lorenzo Dotti

Flora caratteristica delle praterie aride, acquerello di Lorenzo Dotti


Flora caratteristica delle praterie aride, acquerello di Lorenzo Dotti



Specie vegetali caratteristiche delle praterie aride.

Questo ambiente dalla elevata biodiversità vegetale, è facilmente riconoscibile per la presenza di specie che lo caratterizzano come il bianco Helianthemum apenninum, le gialle Hippocrepis comosa, Anthyllis vulneraria e Pilosella officinarum, lo strisciante rosato Astragalus monspessulanus, così come rosa sono i fiori del Teucrium chamaedrys e del profumatissimo Thymus vulgaris, quest’ultimo abbondante nei settori meridionali, e ancora la Sanguisorba minor dalle caratteristiche foglioline seghettate, i bottoni blu violacei della Globularia bisnagarica, la gialla Achillea tomentosa, e il rosato Convolvolus cantabrica. Le prateria aride ospitano anche alcune rarità della flora piemontese come il Rhaponticum coniferum e l’Aphyllanthes monspeliensis.



 

Tutte le specie di Ophrys presenti in Piemonte prediligono questo ambiente tranne una che preferisce vivere ai suoi margini: l’Ophrys insectifera che predilige le zone ecotonali (aree di contatto tra due ambienti diversi) tra le praterie aride e i boschi termofili, come i boschi di Roverella e Orniello.

Una raccomandazione: nel cercare le orchidee rispettate tutta la flora che avete intorno, limitando la vostra presenza ed il calpestio darete una mano a questo ricco delicato habitat.


mercoledì 17 marzo 2021

Felci, tanto antiche quanto affascinanti

 


Quando la campagna si tinge di tabacco da noi su al Nord vuol dire che è inverno. La natura riposa, soprattutto le piante che lavorano sotto terra per preparare la stagione successiva; va bene son contento per loro che dopo un inverno finalmente nevoso partiranno in rigogliose fioriture. Ma nel frattempo da buon appassionato botanico cosa guardo? cosa riconosco? cosa classifico? Alle domande quest’inverno mi son venute in soccorso loro: le felci.  Nella lunga vita da illustratore naturalista ho disegnato un po' di tutto ma, chiedo venia, le felci non le ho mai considerate.



 

Una forra fresca e umida o un muretto a secco assolato possono mostrarti anche in pieno inverno un campionario meraviglioso di piante ancora verdi, le felci appunto. Ho cercato così di colmare almeno parzialmente la mia ignoranza in questo mondo affascinante e antichissimo e per farlo mi sono avvalso di materiale trovato in rete utilissimo per chi vuole iniziare a riconoscere queste ragazze verdi dalle lunghe chiome.

Genera filicum, or, Illustrations of the ferns, and other allied genera
Bauer F.A. 1842

Qui sotto link a pubblicazioni e articoli dedicati alle felci facilmente scaricabili in formato PDF dalla rete. Un altro validissimo sistema per sapere quali specie di felci  vivono nella nostra regione è quello di scaricare l’applicazione iNaturalist un social network di naturalisti,  biologi e appassionati costruito sul concetto di mappatura e condivisione di osservazioni sulla biodiversità in tutto il mondo. È possibile accedere a iNaturalist tramite il suo sito Web o dalle sue applicazioni mobili. Buona lettura, buone osservazioni e viva le felci!

LINK:

 Le Pteridofite d'Italia, Marchetti 2003

Felci e piante affini in Liguria e in Italia, Bernardello, Martini. 2004

Felci e piante affini del Parco Nazionale della Val Grande Dellavedova. 2013

Felci dell’Emilia Romagna Bonafede, Vignodelli, Marchetti, Alessandrini. 2016

Clé de détermination des Ptéridophytes du Centre-Val de Loire. Cordier. 2018

 


iNaturalist, schermata sulla distribuzione regionale piemontese dell'Asplenium trichomanes

Thomé, O.W.,
Flora von Deutschland Österreich und der Schweiz (1886-1889)



giovedì 4 marzo 2021

L' Abbazia, il Bosco, il riso nella natura del Parco delle Grange

 



L'Abbazia, Il Bosco, il riso

nella natura del Parco delle Grange

disegni di Lorenzo Dotti

Edizioni Boreali 2020

Un libro che si tuffa nel passato molto remoto di quel lembo di terra del basso vercellese abitata dai monaci cistercensi dell’Abbazia di Lucedio, un libro che racconta l’ultima selva della Pianura Padana: il Bosco della Partecipanza di Trino, un libro che racconta l’opera dell’uomo e della natura sapientemente protetta dal Parco naturale del Bosco della Partecipanza e delle Grange Vercellesi di recente istituzione . Un libro che racconta anche le avventure di noi giovani appassionati ornitologi del GPSO (Gruppo Piemontese Studi Ornitologici) che negli anni novanta del secolo scorso partivano di notte per montare le reti per acchiappare uccelli, certo non per mangiarli ma per studiarli e inanellarli.

Il libro potete richiederlo scrivendo a info@boreali.it 








Qui di seguito la recensione al libro scritto da Raffaella Amelotti per la rivista Piemonte Parchi:



Il carnet de voyage del Parco delle Grange

«L’uomo più abile può fare per gli altri solo ciò che fa per se stesso, cioè notare, osservare, a mano a mano che la natura gli offre oggetti interessanti.» Eugène Delacroix
Il Parco Naturale del Bosco della Partecipanza e delle Grange Vercellesi è nato sotto la buona stella dell’arte. Accompagna la sua istituzione, l’uscita de “L’Abbazia, il Bosco, il riso nella natura del parco delle Grange”, il carnet de voyage realizzato dall’illustratore naturalista Lorenzo Dotti, edito da Edizioni Boreali.
Il diario illustrato di viaggio è un genere letterario che non ha regole precise: immediatezza e capacità artistiche lo rendono insolito e moderno sebbene le sue radici siano ben radicate nel passato quando i primi viaggiatori, sprovvisti di qualsiasi altro strumento adatto a “fotografare” un paesaggio o una sensazione, partivano armati di taccuino, matita e acquerelli.

Dal XVII secolo si diffonde tra i giovani aristocratici la moda del viaggio di formazione, il grand tour attraverso l’Europa: l’Italia diventa ben presto meta fondamentale, così che Venezia, Firenze, Roma, Napoli e la Sicilia accolgono i rampolli delle casate dell’Europa continentale alla scoperta della cultura classica. Pittori come William Turner, Eugène Delacroix, e, più tardi, Paul Gauguin e Paul Klee, ma anche scrittori come Johann Wolfgang von Goethe hanno lasciato taccuini di particolare pregio.

A quei secoli così lontani risalgono dunque gli inizi del moderno turismo giovanile di massa e il bisogno di raccontare il proprio viaggio, meglio ancora se con le immagini: una pratica non così distante da quanto avviene oggi…
Nell’epoca della fotografia digitale, quando, con facilità, chiunque è in grado di catturare un’immagine o addirittura girare un breve video, riconosciamo al carnet de voyage un valore aggiunto dato dalle emozioni che hanno mosso l’autore. Il taccuino illustrato racchiude in sé il senso dello stupore e dell’estasi con cui l’artista ha osservato il paesaggio, e il tempo dedicato alla sua rappresentazione e la sensibilità di espressione non sono paragonabili nemmeno alla migliore delle fotografie.

Il carnet, oggi come allora, consente, sfogliandolo, di ripercorrere il viaggio, riviverne le sensazioni, i luoghi, i colori ma anche le luci: il connubio tra la parte visiva e quella descrittiva delle annotazioni lo rende un’espressione artistica ibrida molto diffusa tra i viaggiatori più desiderosi di calarsi nelle atmosfere locali e capaci di prendersi il giusto tempo per osservare e disegnare.

La rappresentazione artistica di un paesaggio o della natura serve all’autore a fissarne il ricordo, ma a quel punto, il paesaggio o l’elemento naturale sono resi “immortali” nel patrimonio culturale dell’uomo, per il solo fatto di essere frutto dell’attività intellettuale dell’artista.
E’ così che le pagine colorate da dipinti ad acquerello e schizzi si trasformano in pezzi unici di grande valore, in cui le annotazioni completano gli spazi vuoti.
Ciascun autore ha il suo stile personale e quello con cui Lorenzo Dotti ha riempito i suoi  quaranta taccuini in altrettanti anni di carriera è davvero unico.

Lorenzo rilega da solo i suoi quaderni che, insieme a penne e colori, sono i suoi inseparabili compagni di viaggio. E così soggetti tanto diversi come l’attesa di un treno in ritardo, una traversata in nave, un paesaggio, un particolare architettonico o un elemento naturalistico si trasformano, con la medesima sensibilità artistica, negli schizzi sui fogli di carta preziosa che compongono i suoi carnet.
Anche nel suo più recente lavoro, sono le emozioni le vere protagoniste: il libro “L’Abbazia, il Bosco, il riso nella natura del parco delle Grange” trasmette lo stupore della scoperta di luoghi ricchi di natura e storia visti con gli occhi dell’autore.

Pagina dopo pagina, Lorenzo Dotti ci accompagna lungo un viaggio straordinario attraverso due secoli, storie di uomini e di fatica, edifici arditi e paesaggi davvero unici.
La pianura del basso vercellese è la protagonista di questo percorso con le sue grange che hanno animato le vicende storiche medievali e definito la morfologia del paesaggio risicolo in cui si incastonano come gemme preziose zone di elevato valore naturalistico. Le aree umide di Fontana Gigante, la Palude di San Genuario e il Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino sono i paladini della grande ricchezza, in termini di biodiversità, di un territorio dedito quasi esclusivamente alla monocoltura del riso.
Gli acquerelli di Lorenzo ci raccontano il passato laborioso delle cascine storiche e il presente degli ambienti naturali gestiti dall’Ente-Parco, che rivestono un ruolo determinante nell’equilibrio faunistico e floristico di un territorio così complesso.

Questo volume fa parte di un progetto editoriale più ampio che vuole raccontare il territorio attraverso disegni e testi: il primo volume, “Monferrato tra colline e risaie”, pubblicato nel 2016, raccoglie i disegni prodotti in dieci mesi di lavoro tra i borghi, i castelli medievali, le colline, “la pianura del riso”, un vero paradiso per l’avifauna locale, le cascine e il fiume.
“Tracce di cemento - archeologia industriale in Monferrato”, il secondo volume della collana, è dedicato a elementi che caratterizzano fortemente il paesaggio del Monferrato casalese: ciminiere, opifici abbandonati, torri, palazzine dismesse, piloni di teleferiche fantasma testimoniano la vicenda del cemento che, dalla rivoluzione industriale del XIX secolo, è giunta fino agli anni ’60 del Novecento, sfruttando quei giacimenti di marna di cui il terreno era ricco.

Lorenzo, torinese di nascita, ben conosce i territori descritti e proprio qui, in occasione di una giornata di pittura en plein air, è avvenuto l’incontro con il suo editore.

Carlo Rosso è originario di Trino, la città degli editori: è stato proprio merito di un trinese, Gabriele Giolito de’ Ferrari, la diffusione dei testi di Ariosto, Boccaccio e Petrarca. Origini illustri, dunque, per il fondatore delle Edizioni Boreali!

Non resta che augurarvi buona lettura e, data l’immediatezza dei testi e degli acquerelli, non tarderete a condividere le caleidoscopiche sensazioni dell’autore e a immergervi nei paesaggi descritti, maturando di certo il desiderio di visitarli al più presto!

 



sabato 6 febbraio 2021

Barlia robertiana, l'orchidea venuta dal sud

 


La Barlia robertiana è una vistosa orchidea spontanea dai grossi fiori rosa violacei che fiorisce d’inverno e le cui dimensioni sfiorano il metro in altezza. Per tutti questi validi motivi è impensabile non vederla in natura quando la campagna è ancora colorata di marrone e poche piccole piante cominciano a fiorire.


Barlia robertiana, acquerello di Lorenzo Dotti


La Barlia è una pianta simbolo del Bacino del Mediterraneo, fiorisce lungo le sue coste dalla Spagna alla Turchia, dall’Italia alla Libia, ma è anche il simbolo di quel cambiamento climatico che ha permesso a diverse piante mediterranee di spingersi verso nord. Le piante viaggiano in mille modi, i semi si spostano col vento, nell’intestino degli animali o per mano dell’uomo. Nel caso della Barlia è il vento che disperde i suoi minuscoli semi e li ha fatti volare tanti anni fa dalla Liguria fino in Piemonte.

La prima osservazione documentata per il Piemonte di questa bellissima orchidacea risale al 1984, osservata da Carrega e Silla nell’Appennino Ligure Piemontese presso Voltaggio. Da allora la bella ragazza che fiorisce d’inverno ha cavalcato verso nord con la velocità del fulmine, insediandosi ovunque le condizioni climatiche ed ecologiche lo permettessero come dimostrato dalle carte qui sotto che raccontano l’evoluzione della sua distribuzione in Piemonte dal 1984 ad oggi.




La Barlia è presente nella nostra regione nelle fasce collinari del torinese e allessandrino, nel Monferrato e nelle Langhe e lungo l’appennino ligure piemontese dai 200 ai 900 metri, e come molte orchidee si insedia nei prati aridi nei cespuglieti e lungo i bordi stradali.


Barlia robertiana, acquerello di Lorenzo Dotti


Molte specie vegetali hanno cambiato nome nel corso degli anni, la Barlia è una di quelle: il botanico siciliano A. Bivona-Bernardi (1778-1837) la descrive per primo nel 1806 nella sua pubblicazione “Sicularum plantarum” con il nome Orchis longibracteata. Nel 1807 il botanico francese Jean-Louis-Auguste Loiseleur-Deslongchamps (1774-1849) descrive nella sua " Flora Gallica" una pianta che il suo amico Gaspard Nicolas ROBERT (1776-1857) aveva trovato nel 1805, sulle colline di Toulon, Loiseleur dedica al suo amico Robert la pianta  nominandola  Orchis robertiana. Successivamente il botanico palermitano Filippo Parlatore (1816-1877) dedica il genere al suo amico botanico nizzardo Jean Baptiste Barla (1817-1896)  Direttore del Museo di Scienze Naturali di Nizza, e la descrisse nel 1858 come Barlia longibracteata.  Nel 1967, il botanico svizzero Werner Greuter rinnova la prima definizione e la nomina Barlia robertiana. Pierre Delforge nel 1999 inserisce la specie nel genere Himantoglossum e la descrive come Himantoglossum robertianum. Recentemente nella pubblicazione della Checklist della flora vascolare italiana (Bartolucci et al., 2018a) la ragazza ha ripreso il nome di Barlia robertiana

Orchis longibracteata
 Bivona-Bernardi, Sicularum plantarum 1806



Barlia robertiana dal volume di J.B.Barla

“Flore illustrée de Nice et des Alpes-Maritimes : iconographie des orchidées” 1868



mercoledì 3 febbraio 2021

Hai una palma in giardino? Tutta colpa di Napoleone

 




Hai una palma in giardino? Tutta colpa di Napoleone.
E se camminando nei boschi trovi una palma è sempre colpa di Napoleone?
Non solo, anche di un botanico scozzese.
Facciamo un passo indietro per capire meglio di cosa stiamo parlando.



La corrente pittorica nota come Orientalismo, si sviluppa in Francia a seguito della spedizione di Napoleone in Egitto del 1798, e se eri benestante e avevi sfogliato il volume “Description de l'Egypte - pendant l'expédition de l'armée française, publiée sous les ordres de Napoléon Bonaparte” ti veniva voglia di comprarti un quadro esotico di Eugène Delacroix o di Alberto Pasini. Ma la palma cosa c’entra? Beh la palma è il simbolo dell’oriente, è la pianta esotica per eccellenza, ed era una pianta allora ai più sconosciuta, e se un quadro di Delacroix  costava troppo, per soddisfare le tue esotiche voglie bastava una Palma! Ma come faccio a mettermi nel giardino una pianta abituata a vivere in ambienti assolati così diversi dai nostri? La risposta la trova il botanico scozzese Robert Fortune durante una spedizione botanica in Cina dal 1843 al 1846 commissionata dalla Royal Horticultural Society di Londra. Robert Fortune torna in Gran Bretagna con 250 nuove specie botaniche provenienti in gran parte dalla Cina  che verranno in seguito introdotte a scopo ornamentale in Europa, Australia e Stati Uniti, tra cui la palma che porta il cognome del suo fortunato scopritore: Trachycarpus fortunei.
Questa palma detta anche Palma cinese, Palma di Fortune o Palma Zhou Shan a differenza della stragrande maggioranza delle palme che vivono nella fascia tropicale, è originaria delle montagne della Cina ed è quindi in grado di sopportare temperature rigide anche inferiori a -15°C.
Per questo motivo la palma di Fortune  venne utilizzata a scopo ornamentale  a partire dal 1844 fino in Nord Europa. 

Palma cinese, Civignola collina torinese
 

Ma se la palma ha arricchito con la sua chioma migliaia di giardini ha anche impoverito la biodiversità intorno ai luoghi in cui è stata messa a dimora. In che modo? La palma produce tantissimi semi che vengono dispersi dagli uccelli anche a grandi distanze, e quando trova condizioni climatiche a lei favorevoli tende a colonizzare il territorio facendo sparire le piante autoctone. In Canton Ticino, in Piemonte e in Lombardia la palma di Fortune è inserita nella Black List delle specie vegetali esotiche invasive per le quali sono applicabili misure di eradicazione da tutto il territorio regionale. Girando per i selvatici boschi intorno a casa ho trovato diverse giovani palme. Un consiglio  pratico per limitarne l’espansione è quello di non abbandonare le infruttescenze lungo scarpate boscose, discariche e fossati limitando così la dispersione di migliaia di semi. 



Tra le specie di palme di origine esotica presenti in Italia e nel bacino del Mediterraneo le più comuni, utilizzate sempre a scopo ornamentale, sono la Palma delle Canarie (Phoenix canariensis) e la Palma da dattero (Phoenix dactylifera) entrambe parassitate dal coleottero Rhynchophorus ferrugineus, noto come punteruolo rosso. L’unica palma autoctona in Italia è la piccola Palma nana (Chamaerops humilis) presente nel bacino occidentale del Mediterraneo, dalla Liguria alla Spagna ed Algeria.